Sulla cura
- Portare e portarsi al cuore -
Ciao sono Silvia Lombardi, ti do il benvenuto nella stanza accanto alla stanza della terapia.
In questo numero ti racconto alcune riflessioni che ho fatto attorno alla parola cura.
Buona lettura o buon ascolto!
Sabato mattina sono andata dalla mia parrucchiera. Il suo piccolo negozio sembra far di tutto per restare nascosto: praticamente impossibile trovarne traccia in rete. Dopo anni di peregrinazioni in saloni più o meno pretenziosi e molto esposti sui social, in cui non mi sono mai davvero fermata, la scorsa primavera mi sono lasciata guidare da una fantasia che covavo da tempo e alla cieca ho suonato al negozio di E.
Da allora E. è diventata la mia parrucchiera. Il piccolo negozio è lì da molto tempo perché in precedenza ci lavorava sua madre.
Sabato l’ho conosciuta e ho avuto la sensazione di fare un tuffo nel passato: non so neanche bene perché, ma mi è tornato in mente un film del 1989 Fiori d’acciaio, Steel magnolias. Mi è venuta voglia di rivederlo, perché ricordo ben poco, ma questa bella signora sembrava uscire proprio da quegli anni e da quelle atmosfere. È stata lei a lavarmi i capelli e - complice il fatto che da E. sto comoda anche al lavaggio e la mia cervicale ringrazia - mi sono abbandonata al tocco delle sue mani. Un tocco delicato ma che restituiva comunque una consistenza. Un tocco attento e portatore di una cura.
Non sono certa che, cinque anni fa, avrei fatto le medesime riflessioni, avrei colto e accolto il piacere di quel momento. Devo questa possibilità all’incontro con Celeste Valenti, insegnante di yoga e terapista Ayurveda con un dottorato in lettere antiche, e al suo Spazio Celeste: è stato un po’ come recuperare una parte che mancava, preziosa per il mio sviluppo personale, oltre che per la mia pratica clinica.
Una parte a cui non è semplice dare un nome: potrei dire “corpo”, ma nella sua accezione più larga e polisemica, non schiacciata nella sua fattualità.
Il corpo è anche quello delle parole - penso in particolare a tante parole del mio ambito - parole che oggi sento molto più incarnate. Una di esse è proprio cura.
Particolare della locandina di Fiori d’acciaio
La cura
L’etimologia di cura - dal latino cura, interessamento sollecito, attenzione, ma anche affanno, preoccupazione - ci confronta con due piste interpretative.
Gli antichi etimologisti ritenevano rimandasse al latino cor, il cuore, mentre in tempi più recenti è emerso un collegamento con la radice sanscrita Ku, osservare, guardare.
Proprio come accade nel lavoro con i sogni, possiamo tenere assieme queste due ipotesi, senza doverne scegliere necessariamente una.
CURA
CUORE
SOLLECITUDINE
PREOCCUPAZIONE
GUARDARE
Lascia risuonare dentro di te questo raggruppamento di parole, cerca di sospendere la razionalità…
Affiorano delle immagini? Altre parole? Delle emozioni?
Cuore e guardare identificano due dimensioni che ritroviamo nella cura, intesa nella sua accezione più larga: da un lato un piano affettivo - penso all’espressione avere a cuore, tenere quindi vicino al cuore - dall’altro la lucidità di uno sguardo che osserva l’oggetto della cura e, che per farlo, ha bisogno di recuperare un po’ di distanza.
Preoccupazione, sembra invece raccontare il superamento di un limite, la perdita di una giusta distanza, rispetto ad una parola come sollecitudine.
Lasciandoci ulteriormente ispirare dal raggruppamento, potremmo dire che nella cura c’è bisogno tanto del cuore che dello sguardo, perché senza lo sguardo scivoliamo nella preoccupazione affannata, ma senza il cuore, la cura si traduce in una pratica asettica e disumanizzata che ha smarrito la sua essenza.
… mi viene in mente anche il verbo inglese to care, dove prendersi cura è ancora apertamente connesso all’avere a cuore, come anche alla preoccupazione.
La cura - e il curare - nella nostra lingua appaiono fortemente ancorati al contesto medico e in parte al concetto di guarigione, tanto è vero che per allargare il campo, e lo sguardo, dobbiamo ricorrere all’espressione prendersi cura.
Prendersi cura, avere a cuore, sono espressioni che evocano un avvicinamento, lo stabilimento di un contatto; l’etimologia di cura ci suggerisce quanto centrale sia questo aspetto, o almeno quanto dovrebbe continuare ad esserlo anche in ambito medico.
Penso a come sia diffusa la sensazione che i medici non visitino più i pazienti, per lo meno nella medicina di base, a come questa notazione si carichi di tante implicazioni sul piano emotivo e alle ricadute che ha sulla relazione d’aiuto.
La cura e la qualità del gesto
Nella stanza della terapia la dimensione del prendersi cura viene esplorata ed interrogata non solo rispetto alla cura delle persone della propria vita, ma anche dentro il rapporto che abbiamo con noi stesse.
Portare l’attenzione su questo piano ci chiede di pensarci al contempo come soggetto e oggetto della cura. Non è scontato visualizzare e mentalizzare questo rapporto.
Negli ultimi anni mi è parso sempre più evidente quanto sia importante - rispetto al tema della cura di sé- (ri)partire dal rapporto che abbiamo col nostro corpo, situandoci su di un piano che è concreto e simbolico al tempo stesso.
Ripartire dal corpo, per dirla in altri termini, ci permette di ripartire dalla semplicità di piccoli gesti di cura che sulle prime potrebbero apparire insignificanti ma che permettono di stabilire un contatto con un tema che potrebbe suonare astratto e disorientante, specie se è una questione sulla quale non ci siamo mai soffermate.
Mi torna in mente Anna (nome di fantasia) una paziente arrivata in psicoterapia con una diagnosi di fibromialgia, che ai tempi le pesava addosso come un macigno. Un macigno che limitava sensibilmente la sua vita e che sentiva ancora più gravoso per le tante zone d’ombra che caratterizzano questa condizione, sia sul piano dell’eziologia che della terapia. Ricordo, a seguito dell’ennesima visita, la sua rabbia rispetto all’indicazione ricevuta dalla reumatologa che - a differenza degli altri specialisti a cui si era rivolta - l’aveva caldamente invitata a riprendere in mano il rapporto con il suo corpo, segnalandole quanto le sarebbe giovato fare un po’ di attività fisica, non limitandosi esclusivamente al trattamento farmacologico.
Abbiamo tanto lavorato su questa sua reazione così viscerale che segnalava il rifiuto di fare un passo verso il suo corpo, da cui sentiva di esser stata tradita. Un corpo che preferiva continuare ad affidare unicamente alle cure - anche dolorose e invasive - della Medicina, pur di non doverlo toccare lei. Vale la pena sottolineare che Anna è una giovane donna piacente dall’aspetto molto curato: apparentemente nulla lasciava immaginare questo rifiuto di prendersi a cuore.
Il lavoro con lei mi ha dato la possibilità di interrogarmi - ed interrogarci - su un aspetto che definirei la qualità del gesto di cura. Una qualità che rimanda all’intenzione che guida il nostro prenderci cura di noi stesse.
I medesimi gesti possono sottendere intenzioni molto diverse, come se molto diversa fosse la materia di cui sono fatti.
Un gesto di cura può essere morbido, rigido, frettoloso, calmo, freddo, caldo, meccanico, leggero, pesante…
Per questo - dalla mia prospettiva psicodinamica - la cura di sé, questo prendersi a cuore, non può essere insegnato come se si trattasse di acquisire delle tecniche!
La cura di sé rischierebbe di ridursi all’esecuzione di una serie di gesti senz’anima.
Se pensi a gesto di cura, quali sono le prime immagini che ti vengono in mente?
Che qualità hanno i gesti di cura che rivolgi a te stessa o a te stesso?
Che rapporto hai con il tema della cura?
Immagina i due piatti di una bilancia; da una parte c’è la cura dei tuoi cari, dall’altra la cura di te stessa: la bilancia è abbastanza in equilibrio?
Illustrazione di Vecchia Jane
Dove nasce la cura
Soffermati ancora per un attimo sull’immagine dell’ aversi a cuore, essenza della cura di sé.
Questa immagine mi fa venire in mente un’altra espressione: ci tengo…
Ecco un’altra parola che indica un gesto che è concreto e simbolico al tempo stesso.
Un gesto che - dentro questa catena libero associativa - ci riporta ai concetti di handling e holding dello psicoanalista e pediatra inglese Donald W. Winnicott, centrali all’interno delle sue riflessioni sullo sviluppo emotivo.
É stato lui a portare per primo in figura la grande importanza del modo in cui il neonato viene tenuto, toccato, accudito. Gesti di cura che, come abbiamo visto, sono sempre portatori di una tonalità emotiva, di una densità che non si riduce alla loro presenza-assenza, o alla loro efficacia.
È dentro queste esperienze relazionali primarie che prende forma il nostro modello di cura di noi stessi.
Semplificando un po’, potremmo dire che ci teniamo così come siamo stati tenuti, ma il modello che abbiamo interiorizzato è una premessa, solo un punto di partenza.
La vita ci offre continuamente occasioni per trasformare questo modo di prenderci cura di noi stessi: attraverso gli incontri, le relazioni, la psicoterapia.
Se da un lato riflettere sui propri modi di prendersi cura è una premessa necessaria per avviare un processo di cambiamento, dall’altro è altrettanto centrale ripartire dalla concretezza di piccoli gesti di cura, a volte ritrovandoli, altre costruendoli da zero.
Una poesia prima di salutarci
Sono molto contenta della poesia che ho scelto per questi Fiammiferi di giugno.
La voce di Grace Paley - in questa poesia in particolare - è una carezza che mi ha riportata al punto di partenza, le sue parole hanno la bellezza semplice e buona di un bicchiere d’acqua fresca… particolarmente apprezzato in questi giorni di fuoco.
La poesia s’intitola Per mia figlia ed è tratta dalla raccolta Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta traduzione di Paolo Cognetti e Isabella Zani. (Gli spazi bianchi nei versi sono stati volutamente lasciati dalla poeta)
Per mia figlia
Volevo portarle un calice
o magari un bicchiere d’amore
o d’acqua fresca volevo sedermi
accanto a lei mentre riposava
dopo la lunga giornata volevo ingiungere
encomiare ammonire dicendo non
fare così ma certo perfetto provaci
volevo aiutarla a invecchiare volevo
dire parole ultime le parole famose
per l’illuminazione definitiva volevo
dirgliele adesso casomai fossi
placida in sonno quando l’ultimo sonno colpisce
o disordinata dalla vecchiaia volevo
portarle un bicchier d’acqua fresca
volevo spiegarle che la stanchezza è
normale anzi perfino opportuna
alla fine del giorno
Grace Paley
La bellissima illustrazione del mese è di Francesca Lippa, in arte Vecchia Jane: è sempre una gioia averti qui su Fiammiferi e nella mia vita da oltre trent’anni!
(e grazie a mio figlio Erri, per la minuscola intro musicale venuta fuori quasi per caso…)
Ci rivediamo verso fine luglio.
Nel frattempo, se vuoi, lascia un commento o rispondi a questa mail: in questa stanza, ogni mese, costruiamo insieme una relazione.
Buon inizio di luglio!
Silvia
L’identità visiva di Fiammiferi è di Alice Fadda
In Fiammiferi utilizzo spesso, ma non esclusivamente, il femminile sovraesteso.
Sono Silvia Lombardi, psicologa, psicoterapeuta e specialista in Psicologia della Salute. Nel 2010, assieme a Massimiliano Stinca abbiamo aperto a Roma il nostro studio di psicoterapia Psicologia Garbatella.
Il mio approccio psicoterapeutico integra la Psicologia Clinica con la Psicologia della Salute.
Ho progettato e condotto due percorsi online in piccolo gruppo: Perle di poesia e, in co-conduzione con Celeste Valenti, Contatto. Questi due percorsi mettono al centro due “oggetti” che nutrono e ispirano la mia pratica clinica: la poesia e lo yoga.
Mi trovi su Instagram con @lospaziovago









Grazie a te, Elisa, per questa condivisione così intima. Mi emoziona molto l’immagine della tua bisnonna che resta in balcone a guardarti finché riesce a vederti, quasi a custodirti nel suo sguardo. Penso a come, alle volte, certi gesti, certe posture, dicano oltre le parole. Mi dispiace molto per la perdita del tuo psicoterapeuta…
Grazie 🩷
Grazie Silvia per queste riflessioni preziose. Le prime immagini che mi vengono in mente pensando alla cura sono gli sguardi attenti e presenti. A partire tanti anni fa da quello della mia bisnonna che affacciata al balcone mi seguiva con lo sguardo finché non mi vedeva sparire all’orizzonte. A seguire quello del mio psicoterapeuta, che purtroppo è mancato un anno fa. Solo da poco ho realizzato quanta guarigione ci sia nell’essere visti. Per questo mi prendo cura della mia bambina prestandole attenzione, osservando chi è e chi sta diventando.